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domenica 10 novembre 2019

La "sesta del cuore"- L'intervallo al top per la produzione di dopamina.

Che la musica sia tra le arti maggiormente evocative, è cosa nota. Costantemente presente nelle nostre giornate, influenza, più o meno scientemente, la percezione del mondo che ci circonda, generando una serie di emozioni, sensazioni, stati d'animo che influenzano il nostro comportamento fino ad indurre il nostro organismo a delle vere e proprie reazioni fisiche.
La risposta del nostro cervello all'ascolto della musica è la produzione di dopamina, il neurotrasmettitore che ci regala un senso di appagamento e benessere. Questo ci aiuta a sopportare meglio la fatica fisica ed a rilassare la nostra mente nei momenti di particolare carico emotivo. 
Non a caso la musicoterapia viene impiegata, con ottimi risultati, per il trattamento delle persone affette da disabilità psicomotorie, da Alzheimer o in patologie neurodegenerative.
C'è un intervallo in musica che in quest'ottica sembra avere un particolare successo: è l'intervallo di sesta definito dal musicologo e semiologo Gino Stefani, "intervallo del cuore" (Musica con coscienza, 1989).
Moltissimi brani famosi, dal tema di Love Story alla Canzone Italiana di Sergio Endrigo, da Buonanotte Fiorellino ai più famosi spot televisivi, contengono un intervallo di sesta e tutti risultano essere particolarmente gradevoli e rassicuranti. È ancora più interessante notare che qualsiasi intervallo di sesta, sia esso maggiore, minore, ascendente o discendente, risulta essere melodioso, cantabile, generatore di dolcezza e tenerezza.
Un'ulteriore particolarità consiste nel fatto che l'intervallo di sesta è considerato "grande", ma senza eccedere, ampio più di quelli "medi" o "giusti" di quarta o quinta, quindi in qualche modo anomalo, difficile da realizzare, impegnativo da cantare. Eppure risulta il più gradevole e melodioso capace si stimolare il cervello a quelle reazioni biochimiche che ci rassicurano come un abbraccio. 

La biosemiotica, che indaga i fenomeni del linguaggio sia in termini culturali che in quelli naturali, magari un giorno chiarirà la rispondenza tra l'intervallo del cuore e le reazioni fisiche del nostro cervello. Nel frattempo godiamocelo tutto. 



(comparso sul numero di ottobre 2019 de "Il Giornale dei Biologi") 


lunedì 26 agosto 2019

Welfare culturale: l’arte di essere comunità.



Con l’espressione “welfare comunitario” si definisce il ruolo degli enti pubblici nell'offerta di servizi alla persona erogati sia da strutture pubbliche che in affidamento ad organizzazioni esterne appartenenti al variegato mondo del “terzo settore”.
Tuttavia tali servizi, non sono in grado di rispondere ai bisogni sempre più complessi delle persone, se non si intersecano ed interagiscono con una rete di risorse fornite dalla comunità territoriale, organizzate in maniera più o meno strutturata.
I servizi erogati dagli enti pubblici, direttamente o attraverso organizzazioni accreditare, possono, ad esempio, prevedere l’assistenza domiciliare o presso strutture adeguate di persone con problemi di salute, di mobilità o anziani non autosufficienti, a cui verrà garantita assistenza sanitaria e farmacologica. 

Ma il processo di affiancamento e di inclusione resterà limitato alla fruizione di tali servizi se ad assi non si affianca la rete di intervento comunitaria costituita dalle risorse e dalle competenze che ogni singolo individuo, ente o associazione naturalmente possiede. Quindi i vicini di casa si renderanno disponibili a dare una mano anche con piccoli gesti quotidiani; un centro polifunzionale consentirà di svolgere attività sportive e ricreative che faciliteranno il processo di inclusione sociale; la parrocchia con i propri volontari offrirà occasioni di incontro e di scambio relazionale organizzando passeggiate che, oltre ad offrire all'assistito la possibilità di vivere una nuova esperienza, darà qualche ora di sollievo alla famiglia; ed infine il territorio consentirà una mobilità senza ostacoli, dei luoghi di ritrovo pubblici, delle strutture che facilitano i rapporti con la pubblica amministrazione.

In questo scenario, le iniziative culturali rappresentano uno dei momenti di maggiore aggregazione a cui partecipare attivamente o come semplici fruitori: i laboratori teatrali, gli incontri di lettura, i corsi di scrittura creativa, cori e gruppi musicali, sale cinematografiche di comunità offrono la possibilità di relazionarsi e far emergere i propri talenti sia come percorso terapeutico che come atti di promozione delle persona, di empowerment, di superamento dell’esclusione e, quindi, di inclusione e partecipazione.

Si realizza così il “welfare culturale” che compie un ulteriore passo in avanti rispetto alla mera erogazione di servizi, con lo scopo di utilizzare tutte le risorse della comunità per promuovere, attraverso la cultura, dei veri percorsi di inclusione e valorizzazione della persona.

Attraverso la cultura si accresce quel capitale sociale che è fatto di relazioni e collaborazioni che migliorano la qualità della vita del singolo e dell’intera comunità.

La cultura è un diritto fondamentale per ogni uomo e le iniziative culturali rappresentano non solo una risposta ad una esigenza individuale, bensì un fabbisogno di tipo collettivo, la necessità di coinvolgere e stimolare alla partecipazione attiva ad eventi di cui beneficerà, direttamente o indirettamente, l’intera comunità.

Gli eventi musicale, forse più di altri, offrono la possibilità di una maggiore fruizione e capillarità per la capacitò di arrivare a chiunque ed in qualsiasi ambiente, stimolando la partecipazione sia passiva che attiva. Ci si può limitare ad ascoltare come semplici fruitori o se ne può prendere parte come produttori; può rappresentare un momento di svago e di alleggerimento in momenti di particolare tensione o divenire uno strumento terapeutico - la musicoterapia - particolarmente efficace nel trattamento di patologie psico-motorie, in pazienti affetti da sindrome di Down o Alzheimer.

Insomma, una comunità competente, in grado di far analizzare le problematiche ed individuare bisogni del proprio territorio, sarà in grado di intessere quelle reti di relazioni che porteranno ad un vero e completo percorso di inclusione sociale. Promuovere eventi culturali che facilitano gli scambi interpersonali, consente di creare una comunità sensibile alle problematiche altrui e maggiormente disponibile all'aiuto, generando un benessere collettivo ed un senso di appartenenza al proprio contesto sociale. 

Giuliano M. Vollaro 



lunedì 24 giugno 2019

Cosa hanno in comune Musica e Fotografia?

Per qualche mese ho partecipato ad un corso di Fotografia Sociale organizzato dal CSV di Napoli. E'stata un'esperienza estremamente interessante sia sotto il profilo professionale che per quello artistico. 

Tralasciando gli aspetti puramente tecnici, mi sono chiesto cosa rende veramente uno scatto fotografico un'opera d'arte o, per lo meno, cosa lo rende interessante, individuabile, nel mare magnum delle immagini circolanti.

Le tecnologia digitali hanno reso la fotografia probabilmente il modo più immediato per esprimete una emozione, un sentimento, per condividere un'esperienza o un evento in tempo reale, senza filtri, con una facilità ed una immediatezza impensabile solo pochi anni fa.

La maggior parte degli attuali dispositivi mobili permette di scattare foto di ottima qualità, sia in "automatico" che in "manuale", grazie ad ottiche eccellenti talvolta prodotte da primari marchi di apparecchi fotografici. Con un minimo di pratica, è possibile ottenere immagini di alta qualità e grandi dimensioni, modificabili e lavorabili in post-produzione.

Parimenti gli apparecchi fotografici digitali, anche di dimensioni ultra-compatte, consentono di scattare con estrema facilità anche in condizioni difficili per luce, movimento ed elementi di disturbo.

Quindi la tecnologia digitale ci ha resi un po' tutti fotografi. Il che non è da considerasi necessariamente un danno né che la quantità vada inevitabilmente a scapito della qualità. Al contrario, la facilità di fruizione ha reso la fotografia la forma di linguaggio più idoneo a trasferire informazioni tanto complesse quanto immediate.

Ma veniamo al punto: cosa rende una fotografia unica ed il suo autore riconoscibile?
Sicuramente non è la perfezione tecnica a renderla tale. E neanche la spettacolarità di quanto ritratto, per quanto unico ed esteticamente piacevole possa essere.
Probabilmente quello che più influenza il nostro giudizio è la "composizione" che arriva alla mente prima che agli occhi. Una buona composizione rende la foto accattivante anche se a prima vista non ne cogliamo i dettagli. Spesso non ce ne rendiamo neanche contro ma l'equilibro tra gli elementi che costituiscono una immagine, catalizza la nostra attenzione ancor prima di distinguere gli elementi raffigurati.



Ma la composizione è il quadro d'insieme, è la cornice che racchiude una serie di elementi che, bilanciati correttamente, fanno si che l'immagine mostri più di quello che lo sguardo coglie, che il significato diventi significante, che la mente arrivi dove gli occhi non possono arrivare. 
         
Ed è qui che musica e fotografia si incontrano. Entrambe si concretizzano in una "composizione" di elementi che solo raramente trovano l'equilibrio perfetto e, come risucchiati in un buco nero, ci conducono nel non-luogo in cui smettiamo di vedere e di ascoltare per esplorare i meandri del non detto, dove i nostri sensi e la nostra ragione non erano mai giunti.

Musica e fotografia nella loro essenza mirano entrambe a mostrare il non mostrato, ad esortarci a mettere dall'altra parte dell'obiettivo o della tastiera, ad utilizzare la mente prima che i sensi.

In questo arduo compito la fotografia deve superare il muro dell'apparenza che ne facilita la fruizione ma rischia di limitare la profondità dei contenuti; per natura eterea, la musica deve scalfire il muro dell'inacessibilità del linguaggio per condurci oltre la raffigurazione del significato.

Ma questa è l'arte e pochi sono coloro i quali si distinguono in quanto artisti.  

martedì 17 aprile 2018

La Musicoterapia oltre la musica.

C’è una disciplina scientifica, che in Italia fa ancora molta fatica ad affermarsi ed a trovare un campo di applicazione ampio e consolidato: si tratta della Musicoterapia.

Proviamo a definire cos'è e come si applica la musicoterapia, con l'aiuto di quello che rappresenta il principale testo di riferimento, vale a dire il Manuale di Musicoterapia del prof. Rolando Benenzon, pioniere di questa disciplina.
Dal punto di vista scientifico, la musicoterapia è la disciplina che si occupa dello studio e della ricerca del complesso suono-essere umano con l'obiettivo di ricercare elementi di diagnosi e metodi terapeutici che utilizzano il suono, la musica ed il movimento per provocare effetti regressivi ed aprire canali di comunicazione.
Il termine musicoterapia risulta essere fuorviante e limitativo in quanto, nel processo terapeutico, oltre alla musica, vengono utilizzati anche il suono ed il movimento. La combinazione di questi tre elementi genera un'unica entità che costituisce il fulcro della terapia.
La musicoterapia, insieme ad altre tecniche terapeutiche, collabora con la medicina all'inserimento del paziente nel contesto sociale e nella prevenzione di malattie fisiche e mentali. Ciò la rende a tutti gli effetti una disciplina paramedica. È quindi necessario inserire la musicoterapia, non tanto nell'ambito musicale o in quello della psicologia, quanto in un percorso formativo prettamente medico.
La musica, il suono (non musicale ma inteso nell'accezione più ampia del termine) ed il movimento, sono gli elementi tipici dello stadio primitivo di sviluppo. Quindi la musicoterapia consente la regressione fino al narcisismo primario, fase precedente alla definizione dell’io, attraverso i suoni regressivogenetici (ad esempio il battito cardiaco) ed il complesso non verbale costituito da tutti gli elementi sonori, musicali, il movimento ed i fenomeni acustici, capaci di provocare effetti regressivi.
Questi processi consentono di aprire quei canali di comunicazione con il paziente necessari sia come approccio iniziale della terapia sia come intervento a lungo termine.
La musicoterapia, quindi, non è solo musica o terapia della musica: si tratta piuttosto di un insieme di elementi (dal suono non musicale, ai fenomeni sonori, al movimento) utili sia in fase diagnostica che in fase terapeutica in soggetti con deficit motori e/o cognitivi, in pazienti affetti da Alzheimer o nel trattamento dei disturbi psicotici.

venerdì 22 dicembre 2017

La Musica ...

La Musica è l'Arte che legge nei cuori e li svela nel loro bisogno di serenità e di superamento dei limiti della realtà che ci imprigiona. 
La Musica è l'Arte che ci rivela noi stessi e ci propone agli altri nella loro autentica natura.
Essa è la via che ci conduce nel profondo e sfuggente mondo dei sogni ove ognuno cerca di arrivare per costruirsi una identità senza ferite.
la Musica è l'analisi della Vita che è al di là del tempo e dello spazio come principio unico annunciato del Suono che è la voce dell'Infinito.

Antonio Tommaso Cirillo
Direttore Artistico  

   

mercoledì 25 ottobre 2017

Suonno d’ajere. Piccola intervista a Francesco Guccini.

Dal cassetto a volte escono strane cose di cui un po’ si è orgogliosi, un po’ ci si vergogna.
Era il 2 ottobre 1989 quando, con la sfacciataggine e la presunzione dei ventenni, io ed il mio amico Gigi ci presentammo a casa di Francesco Guccini. L’indirizzo era noto a tutti ed in quegli anni a Bologna tutto era concesso.
Questo è il risultato.              

In via Paolo Fabbri 43, a Bologna, vive un cantautore e, da qualche giorno uno scrittore: Francesco Guccini. Ad accoglierci è Angela, la moglie [in realtà era la compagna, madre della figlia Teresa], che ci dice: “Francesco non è in casa, è uscito a comprare i giornali”. Ma eccolo sbucare dall’angolo della strada col suo fardello di quotidiani e riviste, con uno sguardo che lascia trapelare mille pensieri.
Ci accoglie nel suo studio, o meglio, tra i suoi innumerevoli libri con al centro una scrivania. Francesco è un tipo “alla buona”, a cui piace fare l’alba bevendo vino con gli amici; ha nel sangue le più profonde tradizioni montanare: “Sono stato a Pavana [dove vive attualmente] i primi cinque anni della mia vita, in tempo di guerra, poi sono tornato a Modena; successivamente la mia famiglia ha deciso di spostarsi a Bologna”.
E sono proprio i ricordi di quegli anni e di quei modi di fare, di quelle tradizioni tipiche dei montanari tosco-emiliani, a riempire le pagine del suo primo libro Croniche Epafaniche, edito dalla Feltrinelli. “Ho sempre voluto fare lo scrittore da grande - dice – ho fatto Lettere all’Università perché volevo scrivere e quindi ho scelto una Facoltà che mi desse i mezzi per realizzare questo mio desiderio”.
Il libro è scritto in un italiano farcito da forme dialettali Pavano-Modenesi “con certe espressioni, certi modi di dire, certi ritmi narrativi (…) come se fosse una cosa non tanto scritta quanto raccontata”. E la conferma di questo viscerale amore per le terre dell’appennino tosco-emiliano e per le tradizioni popolari, ci arriva da un Vocabolario Dialettale a cui sta lavorando. Nell’approccio al mondo editoriale “ha fatto gioco il nome, sinceramente, cosa che è un vantaggio ma anche uno svantaggio perché già sto tremando per le bordate che certamente arriveranno. Ne ho letta proprio una, poco fa, di Bertoncelli il quale non si smentisce mai. L’aveva già fatto dicendo che in Stanze di Vita Quotidiana (1974) si vedeva che non avevo niente da dire e che lo avevo fatto perché tiravo alle royalties, che è solo un’operazione economica [a questo episodio dobbiamo L’avvelenata (1976) con cui Guccini a modo suo risponde al giovane critico musicale Riccardo Bertoncelli, che, sulle pagine della rivista Gong, avevo stroncato il suo sesto album]. “Se c’è una cosa che non tollero – continua indignato – è che si metta in discussione la mia buona fede nel fare una cosa”.
Ma sotto quelle vesti di neo-scrittore, batte ancora il cuore di un “incallito” cantautore. La carriera è incominciata un po’ per caso, “facevo canzoni, suonavo, poi sono tornato all’Università, solo che quelli che prima suonavano con me – l’Equipe 84 e i Nomadi – mi hanno chiesto delle canzoni e le hanno eseguite. Probabilmente se non avessi avuto questi agganci, avrei continuato a fare canzoni per un po’, poi non so”.
Forse quello che più gli dà fastidio del suo mestiere è la popolarità: “certo fa piacere essere apprezzato – ammette, ma poi continua -  se uno lo fa con un certo tipo di coscienza una delle maggiori sensazioni che si ha, al di là del piacere, è la vergogna. Essere un personaggio pubblico in un certo modo dà piacere solo all’incosciente”. Lui cerca di essere una persona normale che cerca delle cose ed ha il pudore di se stesso, il pudore di sentirsi guardato.
Ma cosa ha ora nel cassetto Guccini?  “Certamente se le canzoni vengono, ne scriverò della altre; ho già qualche idea e penso, entro il ’90, di fare un disco. Come scrittore sto a vedere se il piacere che mi da questa cosa sarà superiore agli schiaffi che prenderò”.
Comunque vadano le cose, speriamo di vedere presto il nome Francesco Guccini su qualche copertina; che sia di un disco, di un libro o di un vocabolario, poco importa.

Fortunatamente sono passati quasi trent'anni e quel nome lo abbiamo letto su tante altre copertine, ultimamente suprattutto di libri. E' da qualche giorno in libreria Tempo da Elfi, scritto con l'ormai inseparabile Loriano Macchiavelli. Ed a novembre uscirà una raccolta di registrazioni inedite dei  concerti tenuti all'Osteria delle Dame nei primi anni '80, storico locale fondato dallo stesso Guccini insieme a Padre Michele Casale nel 1970.  

Quando hai davanti un mito, te ne accorgi subito. 



giovedì 8 dicembre 2016

L'assassinio di John Lennon: morte di un uomo nascita di un mito.


Trentasei anni fa moriva il più geniale dei Beatles.





New York, 8 dicembre 1980.
Mark David Chapman, dopo giorni di elucubrazioni, aspetta per ore all'ingresso del Dakota Building nell'Upper West Side di Manhattan. La sua pazienza lo premia: John esce dall'atrio nel pomeriggio e Mark ne approfitta per farsi autografare Double Fantasy.


Ma la sua ossessione non si placa. Attende ancora e John rientra accompagnato da Yoko.
Ore 22.52. Cinque spari. 15 minuti di agonia. La morte.

The Killing of John Lennon diretto da Andrew Piddington nel 2006 è forse il film che maglio narra la vicenda. Omettendo volutamente la figura di Lennon, si concentra su quella di Chapman tracciandone un profilo così contorto da non riuscire a dare una spiegazione, neanche lontanamente plausibile, al gesto.


Ma poco importo il motivo. Il tempo dei Beatles è ormai lontano. John ora sa cosa chiedere alla sua musica e cosa lasciare a questo mondo: Give Peace a Chance. 







venerdì 11 novembre 2016

Leonard, il discepolo, raggiunge il Dio della Canzone.


Addio all'artista canadese.
Hineni, Hineni, i'm ready my Lord sono i versi del suo ultimo album You Want It Darker.





Quanto mai stridenti sembrano oggi i termini morte o, peggio ancora, scomparsa accostati al nome di Cohen.
Leonard Norman Cohen, nato il 21 settembre 1934 nel quartiere Westmount di Montréal, Quebec, ieri sera è nato al cielo.
Da ebreo, la sua anima riposerà sicuramente nello Sheol e comunque gli insegnamenti buddisti lo hanno reso certamente consapevole che la morte è parte imprescindibile del ciclo della vita. Forse sta solo ripetendo un viaggio che ha già fatto o sta intraprendendo un nuovo viaggio accanto alla sua Marianne, che lo ha anticipato di qualche mese.
Quindi, è nato al cielo: è nato al cielo dei grandi artisti, dei grandi pensatori, di quegli uomini e donne che non vivono una volta sola ma millanta volte quante vivono in ognuno di noi.
Artisticamente di lui si sa tutto. Sappiamo che a lui, almeno in parte, dobbiamo il nostro De André. Ma sicuramente sono troppo pochi i titoli che ce lo ricordano (Halleluja, Suzanne, Dance To The End Of Love) e troppi quelli di cui non abbiamo mai sentito parlare. Ma a lui andava bene così. La sua voce era per chi volutamente sceglieva di ascoltarlo, conscio di dover decifrare un messaggio, metabolizzare un pensiero, districare un groviglio di esperienze.
All'amico Dylan è stato di recente conferito, meritatamente, il premio Nobel. E se fosse andato a lui? Entrambi hanno grandi storie alle spalle, esperienze artistiche e personali tanto complicate quanto geniali, ma alle crude asperità del messaggio dylaniano, si contrappone la spirale introspettiva del linguaggio di Cohen, subdolamente tagliente come un foglio di carta.
Ma tutto questo non finisce oggi. Per ora ci sta solo salutando col suo inseparabile Borsalino.
E allora, chapeau Leonard.

Leonard Cohen _ You Want It Darker



venerdì 28 ottobre 2016

L'arte multicanale di Masha

Qualche giorno fa ho ricevuto un messaggio su Twitter. Niente di nuovo, penserete: i soliti spam o una chat pseudo-porno. E invece no, era di una ragazza tedesca che timidamente promuoveva il sul lavoro.

Oggi la musica arriva anche così, attraverso un cinguettio o con un'immagine postata su Instagram.
La fruizione diventa multisensoriale e multidisciplinare; prima delle note giungono parole ed immagini che rimandano ad altro, in questo caso ad un brano musicale, creando quella cornice spazio-tempo che racchiude e valorizza il messaggio artistico finale.  

L'uso della multicanalità, mutuata dal marketing, consente di raggiungere in maniera autonoma, quindi senza il condizionamento della tradizionale rete di promozione e distribuzione, un'utenza potenziale notevolmente ampia e, allo stesso tempo, consente di ridefinire le coordinate di spazio e tempo, ottimizzandole in virtù del prodotto artistico che si intende veicolare. 

Questa è la strada che sta percorrendo Masha Potempa. Nata a Duisburg nel 1989, cresce tra le miniere della Ruhr e la regione del Basso Reno. Quando non suona la fisarmonica, il pianoforte o la chitarra, mostra la sua vena artistica attraverso l'obiettivo della macchina fotografica.

Nel 2015 ha pubblicato per l'etichetta indipendente Phonector, l'EP Rauchschwalben am Horizont, quattro poesie messe in musica dal tono nostalgico ma illuminate da lampi di luce provenienti da lontano, dalle esperienze fatte all'estero, dalla voglia di sognare. Alla tradizione musicale mitteleuropea e baltica, mescola l'ecletticità e l'audacia della scena berlinese, dove vive e lavora da qualche anno.  

Masha è tra i tanti artisti che hanno invaso la rete, sfruttandone l'estrema fruibilità, ma che rischiano continuamente di esserne risucchiati alla velocità di un clik; l'effetto meteora è così rapido che neanche il peso di contenuti artisticamente rilevanti, riescono a frenarne la corsa.
Ma forse per lei non sarà così. 








giovedì 20 ottobre 2016

L'affaire Dylan

Prendiamo Dylan, per esempio.
Com'è arrivato a noi e com'è arrivato a meritarsi, o meno, il premio Nobel per la Letteratura?
Viene da un periodo in cui non c'erano facebook o twitter, non c'erano internet, youtube o spotify.
E allora com'è arrivato alle nostre orecchie e al nostro cuore?
Come abbiamo imparato a fruire della sua arte e dell'arte di tutti quelli vissuti in era pre-media?


In quegli anni, all'inizio della seconda metà del secolo scorso, chi iniziava a fare musica non lo faceva per ottenere like e visualizzazioni (almeno non proprio tutti), ma perché, in varie forme e stili, aveva qualcosa da dire, aveva voglia di esprimere la propria opinione. I "canali" erano pochi e bisognava accontentarsi della cantina, del locale di provincia e, da "grandi", della radio locale.
Con questi mezzi per arrivare lontano dovevi avere necessariamente qualcosa di buono da dire o da far sentire.
Quindi, dopo oltre mezzo secolo di carriera, cosa e come è arrivato a noi di Bob Dylan?
E' arrivato il messaggio, l'idea, il pensiero di cui lui e la sua arte, si sono fatti latore. Questo non fa di lui un letterato come non fa di lui un musicista, ma, semplicemente, un artista.
O meglio: egli stesso è ARTE.
E in quanto arte non potrà mai rispondere al telefono.
   

mercoledì 19 ottobre 2016

PERCHE'?

Quanta musica ci circonda, quanta ne ascoltiamo, quanta ne scegliamo e quanta ne subiamo.
Non ne possiamo fare a meno ma, a volte, ci infastidisce, quasi ci aggredisce.
Ci raggiunge dappertutto, anche quando potremmo o vorremmo evitarlo.
La amiamo perché ci aiuta a pensare o, volendo, a non pensare.
I canali attraverso i quali giunge alle nostre orecchie, al nostro cuore, alla nostra pancia, sono infiniti, anche contro la nostra volontà o nonostante la nostra volontà di discernimento.

Quindi, PERCHE'?
Perché la amiamo?
Perché la ascoltiamo?
Perché non possiamo farne a meno? 


Proviamo a capire da dove arriva e dove finisce.